Saranno gli insegnanti a dover trovare nuove forme di trasmissione
del sapere, aprendo la scuola al mondo che ne é al di fuori (4)
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INTERVISTA:
Domanda 1
Ci sarà
una evoluzione dei sistemi educativi e culturali in un futuro digitale?
Risposta
Il futuro sarà digitale soltanto se avverrà un
cambiamento dei modelli educativi e culturali. Io mi soffermo piuttosto
sul cambiamento dei modelli educativi, che dipende da due questioni
fondamentali: quella organizzativa, strutturale e tecnologica della
scuola e l'altra più ampia, o più culturale, più pedagogica del modo di
pensare la formazione e l'educazione, quindi dei processi di conoscenza
che si attivano all'interno delle istituzioni formative. Solo in questo
caso il futuro cambierà all'interno della scuola. Io non sono molto
convinto che siamo entrati in un futuro digitale, nonostante tutte le
esperienze condotte in questi anni con le nuove tecnologie, soprattutto
con quelle della comunicazione educativa. Credo, però, che stiamo
sperimentando situazioni innovative all'interno della scuola, ma ogni
volta che si propongono progetti sperimentali, vuol dire che noi stiamo
coinvolgendo una porzione minima del mondo della scuola, degli
insegnanti, dei bambini, dei ragazzi; mentre contemporaneamente, tutti i
bambini e i ragazzi, invece, si trovano già, nel contesto sociale e
culturale, in un futuro di cambiamento.
Domanda 2
Il libro
è il medium, per eccellenza, per l'apprendimento. Fino a che punto il
multimedia potrà ricreare nuove forme di apprendimento?
Risposta
Il multimedia può cambiare sostanzialmente il modo di
approccio della cultura scolastica nei confronti degli oggetti del
sapere, degli oggetti in cui il sapere viene riprodotto, ristrutturato.
Il rapporto che il bambino, il ragazzo o il giovane hanno con il libro è
un rapporto difficile, poiché il libro è un testo stabile, rispetto al
quale il ragazzo viene invitato a costruirsi degli strumenti difficili,
sintattici, semantici, pragmatici di lettura. Il giovane, rispetto a
questo testo, si trova nella condizione di non potere operare
modificazioni. Anche nei confronti del testo audiovisivo classico come è
il cinema, il giovane è stato abituato ad un approccio che non va a
modificare questo strumento di comunicazione e di cultura, questo testo.
Solo nei confronti di un approccio ipertestuale, piuttosto che
multimediale, è possibile costruire il testo, entrare in modo attivo
nella modifica del testo. L'ipermedialità produce qualche cosa di
ulteriormente innovativo, poiché, assieme agli elementi di natura
scritta, introduce anche materiali di natura visiva e sonora. Solo da
questo punto di vista credo che si possa innovare profondamente il modo
di percepire i nuovi testi. Uso, non a caso, la parola "percepire" e non
leggere, perché vi è un intervento sostanziale di tutta la sensorialità,
non solo della mano, non solo dell'occhio, non solo dell'udito, ma della
totalità del corpo, che è strumento fondamentale per un approccio alla
conoscenza degli ipertesti, degli ipermedia, dei multimedia.
Domanda 3
A suo
avviso è netto il divario tra l'avanzamento tecnologico e la possibilità
di portare nuovi contenuti dentro i nuovi media?
Risposta
Il divario esiste ed è profondo; anche perché bisogna
fare una distinzione fondamentale, io credo, fra il contesto culturale e
formativo della scuola e il contesto di consumo della comunicazione
visiva, audiovisiva, multimediale. La scuola è abituata a muoversi
all'interno di un proprio luogo protetto al livello sociale e culturale,
in cui il primato è quello della formazione e non dell'informazione;
nella scuola è importantissimo avere degli strumenti di lettura dei
testi, mentre tutto ciò che fa parte del consumo culturale
extrascolastico è qualcosa che non viene considerato dagli insegnanti,
che non viene considerato dal sistema, non c'entra nulla con i
programmi, non viene valutato a fine anno e di cui non si tiene conto
nonostante il grande interesse dei ragazzi e dei giovani per il contesto
di consumo. Finché il contesto di consumo culturale e quello di
approccio critico agli stessi testi, scritti, visivi, audiovisivi,
multimediali non trova degli elementi di integrazione, l'innovazione non
passa attraverso la scuola. Ecco perché si pensa che i prodotti "off
line", come sono i prodotti CD ROM, come i CD, o le videocassette, non
debbano entrare nella scuola; ma il cambiamento diventa importante,
possibile, se la scuola si apre, se la scuola si mette in una rete
tecnologica di comunicazione con altre scuole, con ciò che si trova
fuori dalla scuola: tutti coloro che entrano nelle reti di
comunicazione, centri e singoli individui. Credo che questo sia il
rischio vero che la scuola in questo momento deve correre.
Domanda 4
Può
rappresentare un problema trovare il modo per veicolare più
efficacemente il contenuto, il messaggio dentro il medium?
Risposta
Credo che quello di trovare forme nuove di veicolare il
contenuto sia un problema. Io, però, continuo a pensare che le forme
nuove di trasmissione di contenuti siano quelle che la scuola stessa
riesce a trovare. Se ragazzi ed insegnanti non diventano attivi in
questa ricerca di forme nuove da dare ai contenuti all'interno dei
normali processi formativi, dei normali processi di apprendimento, lo
sforzo che dall'esterno si può fare - sia per quanto riguarda le
tecnologie, sia per quanto riguarda l'offerta anche creativa di
contenuti di qualità da parte dell'editoria elettronica, in questo
momento in modo particolare - non andrà a buon fine. L'editoria normale,
anche quando ha lavorato per offrire prodotti di qualità, non è riuscita
in larga misura a modificare il sistema, i processi di apprendimento
all'interno della scuola, nonostante abbia innovato molto negli ultimi
anni, negli strumenti-libro che ha prodotto. Perché la scuola, nonostante ciò, non
cambia in profondità? Poiché le metodologie, le didattiche sono di
natura trasmissiva, fondate sulla lettura dei testi; non sono didattiche
di natura attiva, coinvolgente, che portano i ragazzi a liberarsi della
protezione dell'insegnante e a lavorare direttamente, a costruire
direttamente, a dare nuova forma ai propri processi di conoscenza, anche
ai propri desideri, anche al proprio immaginario, anche alla propria
fantasia. La scuola è chiusa nei confronti di questo processo, di questo
modo diverso di apprendere, ed è difficile farlo capire a generazioni di
insegnanti che hanno vissuto all'interno di un sistema in cui hanno
sperimentato processi diversi. Nella scuola c'è così poca attenzione da
parte degli insegnanti verso quello che avviene fuori! C'è, viceversa,
una tensione di rifiuto, di censura verso quel mondo, dicendo ai ragazzi
che tutto quello che sta fuori non è cultura, e che a loro non serve
molto. Questo atteggiamento non è voluto da parte dell'insegnante, ma fa
parte della sua formazione, del modo e del mondo in cui ha vissuto.
Voglio essere più
cattivo: fa parte dell'università che ha frequentato, un'università
chiusa per tanti anni al cambiamento. Se c'è un luogo in cui le
tecnologie della comunicazione educativa sono sconosciute è
l'università. Se c'è un luogo in cui la didattica è una didattica
trasmissiva, con spesso la sparizione anche fisica degli insegnanti, dei
docenti, è l'università. Un insegnante che si forma lì, non è in grado
ancora, in questo momento, di avere un rapporto diverso con i bambini,
con i ragazzi.
Domanda 5
E'
necessario, quindi, un grande lavoro per rendere comprensibile il
possibile?
Risposta
Sì, bisogna fare un grande lavoro. Io ho citato
l'università perché se non formeremo gli insegnanti all'università in
modo diverso, attraverso le nuove tecnologie, se non interverranno degli
elementi strutturali in termini di investimenti, oltre che di
aggiornamento degli insegnanti, la scuola non potrà cambiare. Il
problema non riguarda soltanto le tecnologie, intese come strumenti.
Abbiamo visto molte scuole dotate di tecnologie finite fra le ragnatele,
perché non sono state utilizzate. Il problema dunque riguarda
l'investimento di risorse nel sistema formativo collegato al sistema
esterno. Questo rappresenta l'altro spreco del nostro paese: non siamo
riusciti a collegare gli sforzi di un sistema di televisione pubblico,
come la RAI, di un sistema di telefonia pubblico, come Stet o Telecom,
ad un sistema di formazione pubblico, come la scuola e l'università. Non
siamo riusciti a creare quei collegamenti necessari ad operare il
cambiamento; e questo credo che sia oggi la partita persa e forse anche
la scommessa per un futuro diverso.