testo di: Angelo Boezi
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Le Tecnologie della Informazione e della Comunicazione (TIC) hanno reso il computer un oggetto d'uso quotidiano. La multimedialità e le reti, in particolare, hanno assunto un valore ed un significato estesi ben oltre quello meramente pratico ed economico. Sono divenuti uno strumento delle nostre modalità di azione, di rappresentazione della realtà, di comunicazione e di relazione. Stanno modificando in profondità la nostra visione del mondo. In termini storiografici, si può cominciare a ragionare di un mutamento epocale.

I soggetti che si occupano di processi educativi e formativi non hanno scelta: debbono integrare le TIC come mezzi ordinari (e non eccezionali o sperimentali), nel lavoro di costruzione e comunicazione dell' intelligenza e della conoscenza. E' in gioco la loro credibilità sociale. La scuola deve scongiurare la minaccia di un nuovo analfabetismo, gravido di conseguenze economiche e sociali come tutti i precedenti.

L'informatica ha già attraversato, e più d'una volta, il nostro sistema educativo, ma non lo ha veramente coinvolto. La prassi didattica e le TIC procedono ancora parallele e si intersecano in modo più o meno occasionale. Le modalità di insegnamento rimangono, in buona sostanza, invariate.

L'interfaccia grafica utente dei sistemi operativi d'ultima generazione ha fatto delle TIC uno strumento di massa. Il codice di programmazione soggiace a linguaggi e sistemi simbolici che rendono l'interazione con la macchina molto simile all'interazione con la realtà materiale. I computer sono di accesso immediato (un solo gesto è sufficiente per avviare il sistema); ad ogni operazione corrisponde un feedback; ogni oggetto, rappresentato da icone, può essere manipolato in modo facilmente comprensibile; l'organizzazione logica degli oggetti riproduce la struttura della realtà; l'integrazione di immagini, testi e suoni emula le condizioni naturali della percezione umana. L'utilizzatore non è più asservito al calcolatore, che è divenuto, semplicemente, uno degli strumenti quotidiani di conoscenza e di comunicazione.

Le TIC sono strutturalmente integrate con i processi conoscitivi, e perciò con il pensiero e con la scrittura, che del pensiero è stata sinora il tramite privilegiato. Assumere nei loro confronti una posizione difensiva (spesso, ridotta alla pura e semplice esaltazione dei testi e della tradizione "classici") in nome della superiorità della conoscenza teoretica rispetto agli strumenti dell'agire pratico è un errore concettuale e di fatto. Il medesimo errore dei copisti medievali che non distinguevano il significato di un testo dai suoi meccanismi di riproduzione e confondevano la conservazione del loro ruolo sociale con la tutela dell'ordine divino dell'universo.

Le TIC non stravolgono le qualità specifiche dei processi cognitivi. Ne mutano le proprietà. Le loro caratteristiche intrinseche ed il loro significato economico recano in se stessi il rischio di una deriva tecnicistica. Un pensiero maturo deve essere in grado di assumere le TIC ad oggetto d'analisi e di tracciare un orizzonte epistemologico che consenta di superare insieme il rifiuto e l'affascinamento, e si ponga l'obiettivo di liberare, e non asservire, le energie creatrici e produttive degli esseri umani. Una riflessione didattica consapevole deve saper rimodulare i propri criteri operativi. Le TIC sono in grado di innescare processi attivi di acquisizione e creazione delle conoscenze, di produzione di significato, di risoluzione di problemi.

La conoscenza consiste nell'istituzione di una relazione tra il soggetto e l'oggetto. Per lunghi anni, nella scuola di base e nei licei sono state assunte ad oggetto di conoscenza astrazioni simboliche della realtà di livello talmente alto da poter essere rappresentate semplicemente mediante pochi ed essenziali grafi su una lavagna. Il grado di interazione, da parte degli studenti, è stato molto basso e risolto, in pratica, nella pura e semplice riproduzione. Le TIC possono ridurre questo livello d'astrazione perché rendono disponibili gli strumenti per manipolare gli oggetti della conoscenza. Perciò, sono in grado di consentire la creazione di oggetti di conoscenza nuovi e diversi dai precedenti.

Nelle società industriali, lo scopo principale dei sistemi educativi è stato l'addestramento degli individui alla riproduzione di un ciclo operativo. Non era richiesta la comprensione del processo, ma la capacità di garantire che andasse a buon fine. Per questo, la scuola è stata costruita su modelli di riproduzione di ciclo dei quali l'astrazione era uno strumento necessario. Non era importante capire, manipolare, elaborare e, al limite, rifiutare come non pertinenti gli oggetti assunti come significativi e paradigmatici, ma realizzare in modo costante il ritmo ternario spiegazione/studio/riproduzione. In quella post-industriale, dei processi ciclici si incaricano interamente le macchine. Questo realizza, per la scuola, la possibilità di ripensare se stessa, ridurre il livello di astrazione, dare spazio alla creatività, alla capacità di proporre soluzioni innovative. Adesso, sono le buone idee che fanno la diffe renza. L'immaginazione ed il pensiero divergente hanno un valore, anche economico, altissimo. Le TIC consentono di coltivarli senza abbandonarsi a derive spontaneistiche.

Nel 1912 Giuseppe Lombardo Radice propose di bandire il tema dalla nostra scuola come esercizio di comunicazione soltanto retorico. L'istituzione di una relazione comunicativa implica la necessità o la volontà di trasferire al destinatario parte della enciclopedia mentale del mittente. Un alunno scrive il suo bravo tema perché deve svolgere il compito assegnato. Non vuole e non ha bisogno di veicolare realmente informazioni verso il destinatario. Il quale, di solito, ne sa più di lui e non è configurato una come persona, ma come una elementare funzione di controllo della proprietà superficiale del messaggio rispetto agli standard correnti. Il tema come luogo di un esercizio di comunicazione non reale, e perciò ludus impudentiae, scuola di falsità. Sono trascorsi novanta anni, e pochissimo è mutato.

Le TIC pongono in grado gli individui di comunicare al fuori dei vincoli di tempo e di spazio imposti dalle tecnologie precedenti. Consentono agli insegnanti di favorire l'istituzione di processi comunicativi reali all'interno dei quali l'efficia del messaggio è misurabile dalle reazioni del destinatario.

La storia e la cronaca delle tecnologie educative mostrano con chiarezza che l'introduzione pura e semplice di nuovi strumenti non ha realizzato avanzamenti efficaci. Proiettori, radio, televisori, lavagne luminose sono finiti, in molti casi, a far polvere sugli scaffali. Di rado hanno assicurato l'efficacia dei sistemi di trasmissione delle conoscenze. Neppure la natura interattiva delle TIC può garantire non conoscano la medesima sorte. Unicamente una strategia mista, in cui l'impiego degli strumenti informatici sia sostenuto con forza da una interazione umana attenta e competente consentirà di ottenere risultati significativi. Destrutturare la scuola ed affidare le macchine agli alunni in nome d'una presunta maggior competenza generazionale è soltanto un altro modo per togliere alle TIC ogni significato formativo.

Se la conoscenza è istituzione di una relazione tra soggetto ed oggetto, a scuola esige – anche verso lo strumento TIC – una mediazione umana non banale e non volontaristica. Gli insegnanti debbono essere in grado di garantirla. La società civile deve, per conto suo, garantire agli insegnanti le motivazioni, le opportunità e le strutture cognitive, il sostegno sociale ed economico necessari per impegnarsi nello sforzo della trasformazione e del ripensamento di se stessi.

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