|
Nathalie
Sarraute, un secolo solo per
scrivere
PARIGI — Era nata
con il secolo: Nathalie Sarraute, la 'Grande Dame du Nouveau Roman',
uno dei grandi miti della letteratura francese, si è spenta ieri a
99 anni nella sua casa parigina alle spalle del Trocadero. Minuta,
chiusa in se stessa, rigorosa nel rifiutare le interviste e le
mondanità, si era abituata da decenni alla solitudine. «Sto bene
solo davanti al silenzio della pagina bianca», mi disse l'ultima
volta che la incontrai, un anno fa. Negli ultimi tempi, come ansiosa
di recuperare un contatto con gli altri che le era sempre mancato,
era tuttavia apparsa più socievole, più sorridente. Figlia
intellettuale di Proust e di Joyce, fu la pioniera del 'nouveau
roman' con un libro, 'Tropismes', che alla sua pubblicazione nel
1939 cadde nella più assoluta indifferenza e che era destinato
invece a lasciare una impronta indelebile nella storia delle
lettere. Nata il 18 luglio 1900 a Ivanovo, nei pressi di Mosca, con
il nome di Natacha Tcherniak, arrivata in Francia con la madre a 2
anni in seguito al divorzio dei genitori, visse per un lungo periodo
fra i due paesi. Completò gli studi in Francia; dopo un soggiorno a
Londra e Berlino che le permise di perfezionare la conoscenza
dell'inglese e del tedesco, si laureò in giurisprudenza. Per qualche
anno affrontò, senza il minimo entusiasmo, la carriera di avvocato.
Quindi, senza ripensamenti, abbandonò le arringhe e il Foro di
Parigi per dedicarsi esclusivamente alla letteratura. Citiamo fra le
sue opere 'Ritratto di uno sconosciuto', pubblicato nel 1949 con una
prefazione di Jean-Paul Sartre. Quindi, nel 1956, 'L'era del
sospetto'. Infine nel 1962 'I frutti d'oro', il romanzo che le valse
la consacrazione ufficiale con l'attribuzione del Prix International
de Littérature.
|

Nella foto: la scrittrice Nathalie
Sarraute
Nell'ottobre del 1997 è uscita la sua ultima opera,
'Ouvrez!', che è stata rappresentata anche in teatro. «I
protagonisti _ ci disse in una intervista _ sono le parole. Fra di
loro è stata innalzata una immensa parete che le divide in due
gruppi. Da una parte possono stare solo le parole che hanno
dimostrato di saper ricevere come si conviene i visitatori. Le
altre, le parole di cui non ci si può fidare, sono imprigionate
dietro la parete: e siccome quest'ultima è trasparente, possono
vedere quel che succede dall'altra parte. Capita, a volte, che le
parole escluse tentino di partecipare, di intervenire: ma la parete
è invalicabile... Ecco dunque che in certi momenti non ce la fanno
più e si mettono a gridare: 'Ouvrez! Ouvrez!'». Nathalie Sarraute
era ormai l'unica testimone rimasta in vita del mondo di Beckett e
di Ionesco, di Sartre e di Camus. Con Ionesco e Robbe-Grillet aveva
addirittura calcato le scene a New York, Londra e Parigi, con una
pièce di Virginia Woolf, 'Fresh water'. Il suo ritmo di lavoro era
quasi maniacale: «Ho scritto tutti i giorni, ogni mattina fra le 10
e le 12, per tutta la vita. Negli ultimi tempi ho deciso di tenermi
libera la domenica, cosa che prima non facevo: con mio marito
infatti si andava in campagna nei weekend, dalle parti di Mantes. Ma
anche lì, puntualmente, mi mettevo a tavolino», raccontava. Per
anni, fin da quando era giovanissima, il suo luogo di lavoro
preferito è stato il tavolino di un caffè scelto a caso: «Come
Sartre, Simone de Beauvoir e tanti altri andavo a scrivere in un bar
perché non avevo il riscaldamento in casa. Dopo ho continuato per
altri motivi: lì stavo tranquilla, nessuno poteva chiamarmi al
telefono, nessuno veniva a disturbarmi. Al tempo stesso adoravo quel
rumore confuso di vita che mi stava attorno. I caffè francesi sono
posti civili: ti siedi, ordini qualcosa, e puoi restare tutto il
tempo che vuoi».
dal
corrispondente Giovanni Serafini
da www.quotidiano.net del
20/10/1999 |